L’equivoco della democrazia
di Alessandro Berni
Pensieri indirizzati a quei parlamentari che considerano i propri principi come denti cariati da curare ricoprendoli d’oro.
Durante la Seconda Repubblica si è aperto un abisso tra onestà e Parlamento; si è riuscito a normalizzare l’osceno in faccia agli italiani, senza alcun argomento politico si è cominciato a offrire poltrone, appalti e fette di potere in cambio di sostegno al Governo.
In questi giorni, Silvio Berlusconi ha iniziato a colmare il vuoto lasciato dai parlamentari del FLI e di tutti quelli che lo hanno abbandonato durante questa legislatura. Al momento ha appena tre voti di vantaggio, ma appena finite le votazioni del 14 dicembre ha candidamente ammesso che non vede difficoltà insormontabili per ampliare i risicati numeri su cui può contare oggi il proprio esecutivo.
Parole dette serenamente, per confermare che ogni onorevole è considerato dal Presidente del Consiglio non come un essere vivente, bensì come un elemento strumentale, rimpiazzabile ad oltranza.
Nessuno si scomodi a informare di quest’evidenza la maggioranza dei parlamentari che hanno votato la fiducia a questo Governo. La sanno e non perdono un’occasione per dimostrare che se ne fregano. Non si curano della propria dignità e del proprio amor proprio, figurarsi di quello degli italiani.
Il risultato è che non esiste nessun piano governativo su cui si basa la neonata maggioranza se non quello del mantenimento del potere. Tutto il resto è funzionale, è la disumanizzazione totale di tutti i rapporti politici, ormai ridotti ad essere come quelli tra una cosa e colui che se ne serve. Tristemente, è necessario aggiungere che la cosa in questione è il Parlamento, la democrazia e colui che se ne serve è Silvio Berlusconi.
Martedì 14 dicembre 2010, intanto che nelle due Camere c’era una compravendita in corso, per proteggerle dal popolo che le ha elette era stata tracciata una zona rossa.
L’Italia con le sue urgenze e i suoi bisogni reali non poteva entrare tanto meno avvicinarsi ai due rami del Parlamento.
Nelle solite ore il debito pubblico nazionale toccava un nuovo record e questa non è una notizia eccezionale perché succede ogni giorno: l’attuale politica economica italiana si basa su un debito pubblico che vale più di ieri e meno di domani.
Quest’aspetto, insieme all’aumento della pressione fiscale sta portando allo stringere della base sociale del benessere. Per valore economico e per libertà politica l’Italia sta uscendo dall’Occidente, si sta tramutando in una palude e Silvio Berlusconi di questo pantano ne è il sultano oppure il rospo, come preferite.
La democrazia in Italia c’è ancora, ma vive sommersa nella marea del materialismo.
Nel disincanto nazionale, garriscono i leccaculo in Parlamento come in televisione, spacciano narcolessia, formaggini, camicie aperte e gambe nude, interpretano l’informazione come liturgia del potere, senza alcun talento se non quello di vivere senz’anima.
Da sette anni vivo fuori dal mio Paese e posso dire che di quell’aspetto serissimo che è la crisi internazionale l’unica cosa buffa rimasta sembrano essere gli italiani, ma per quanto?
Chi scrive queste parole è un semplice italiano all’estero, uno dei tanti laureati trilingue in giro per il mondo che nella città dove ha scelto di vivere lavora il doppio per dimostrare di valere la metà e lo fa ogni giorno e volentieri.
Chi scrive è un apolide suo malgrado che non ha dimenticato la fierezza delle proprie origini, che Silvio Berlusconi è solo una squallida meteora, seppur lunghissima della storia gloriosa di cui può fregiarsi il proprio Paese.
Chi scrive è qualcuno in esilio preventivo che per le ultime signore e signori che hanno vilmente aspettato le ore precedenti alla votazione della fiducia per smascherare le proprie intenzioni e per offrire il proprio sostegno all’attuale governo sarebbe pieno di domande, ma che invece ne farà solo una, anzi due:
Una vita senza dignità che vita è?
Una vita senza orgoglio e senza valori, a cosa serve?
Cordialmente,
Alessandro Berni, Parigi
Ragionamenti del secondo ordine. Il terzo polo vince la corrida.
In alcuni studi di meccanica ma anche in altre materie si parla di “effetti del secondo ordine”. Si tratta di studi effettuati con formule matematiche più complesse, che vanno al di là di un ragionamento semplicemente lineare di proporzionalità sulla causa-effetto, arrivando a spiegare meglio determinati fenomeni.
Facciamo quindi un ragionamento più approfondito, più articolato. In un ragionamento “semplice” Fini ha sfidato Berlusconi con l’intento di piegarlo ai suoi voleri o comunque di disarcionarlo dalla guida del Governo. Berlusconi ha quindi semplicemente, con ogni mezzo, fatto in modo di riuscire vincitore da questa sfida teoricamente salvando la poltrona e dimostrando di essere “più forte” o comunque in grado di recuperare attorno a se consenso.
Ma facciamo un passo indietro. Ci ricordiamo che a fine estate, a settembre, qualcuno aveva ipotizzato elezioni entro Natale per sfruttare la posizione di forza del Governo e quella di debolezza dei fuoriusciti Finiani in quel momento solo un gruppuscolo senza le idee chiare. Fini, in quel momento ancora al Governo, costrinse Berlusconi a presentarsi in parlamento con cinque punti sui quali Fini e i suoi confermarono la fiducia facendo passare il treno delle elezioni pre-natalizie.
Certi di aver rimandato il voto a tempi più convenienti ecco organizzare prima FLI e poi il terzo polo che a questo punto, allontanate le elezioni di qualche mese, può avviare le manovre per la prossima campagna elettorale.
Primo atto di questa operazione è stata la “sortita” del voto di sfiducia del 14 dicembre scorso, un primo esperimento, un giro di prova, un azzardo se vogliamo, per andare a vedere le carte. Una sventolata di capote (il drappo) davanti agli occhi del toro. Un colpo del picador che non uccide ma irrita e allo stesso tempo indebolisce il toro.
Certo l’obiettivo palese è sembrato quello di far vedere la debolezza numerica di Berlusconi, ma l’obiettivo nascosto, il secondo ordine, era quello di prendere le misure. Il ragionamento del primo ordine portava in teoria ad un governo tecnico, di responsabilità nazionale, assolutamente irrealizzabile con l’attuale compagine parlamentare, e comunque qualsiasi governo tecnico non sarebbe stato in grado di cambiare la legge elettorale per l’impossibilità di farla comunque passare in Senato, dove il PdL e la Lega danno le carte. Anche se ieri fosse stato sconfitto Berlusconi sarebbe comunque restato in sella per diversi mesi in pratica nelle stesse condizioni attuali, dopo aver ottenuto solo una vittoria di misura (perché un governo dimissionario o un governo senza una vera maggioranza sono in pratica la stessa cosa). Certo si sarebbero potuti un pochino accelerare i tempi ma non se ne può essere sicuri.
L’analisi del secondo ordine porta invece a pensare che è bene che Berlusconi continui a governare, e a governare in tempi difficili, accumulando su di se fallimenti, problemi, provvedimenti tampone, scandali; senza avere la forza però di fare troppi danni. Inoltre le campagne elettorali quando si è al governo sono molto più difficili da portare avanti. Il toro corre a destra a sinistra e si stanca; la corrida deve durare a lungo per avere l’attenzione de conquistare gli applausi del pubblico.
Nel frattempo il terzo polo si consolida, anche perdendo qualche pezzo. L’uscita di alcuni da FLI (i tre fulminati sulla via di Damasco) rafforza in realtà la posizione di chi rimane, depura il nuovo partito dagli opportunisti del momento che saltano da un carro del vincitore all’altro, privi di una visione di luongo respiro, gente di cui nessuno ha bisogno.
Ho ragione di credere, o forse sperare, che Fini, Rutelli e Casini abbiano già stretto un solido patto finalizzato all’assalto alle spoglie di Forza Italia una volta caduto Berlusconi. Perché Berlusconi cadrà, prima o poi, il tempo gli è avversario nonostante i progressi della medicina e tutti i rinvii giudiziari.
L’importante è tenere le distanze, questo Casini lo fa intelligentemente da più tempo, e continuerà a farlo per presentarsi al suo elettorato privo di colpe, più bianco della neve si potrebbe dire.
Un terzo polo moderato, compatto, privo di problemi giudiziari, più volte “testato” nell’arena (in aula) nelle prossime settimane, dove si troverà a giocare con il governo come il torero con il toro, agitando il drappo rosso e piazzando le sue banderillas per assestare solo alla fine, alle elezioni, il colpo finale.
Il collegamento ferroviario Taranto – Potenza – Salerno: tra una minacciata chiusura e la opportunità di uno sviluppo interregionale
Dopo una giornata nella natìa Potenza, e dopo aver riflettuto per la ennesima volta sull’argomento, mi piacerebbe aprire con voi tutti un ragionamento sulla eventuale fattibilità di un investimento sull’alta velocità ferroviaria tra Taranto, Potenza e Salerno, proprio quando, in queste settimane, Trenitalia potrebbe cancellare uno dei due treni (“lenti e scomodi interregionali”) che rappresentano oggi l’unico collegamento ferroviario (ma non solo) sulla linea Taranto-Potenza-Salerno-Roma, rischiando di isolare ulteriormente le città di Taranto e soprattutto quella di Potenza dal resto di Italia.
Come si puo’ facilmente capire dalla osservazione di una normale carta geografica, il rafforzamento (idealmente in Alta Velocità) ferroviario della linea Taranto – Potenza – Salerno, nell’epoca della rapidità delle decisioni, potrebbe aprire enormi opportunità di sviluppo per il mezzogiorno, a cominciare dalla migliorata comunicazione (economica e culturale) tra le tre regioni Puglia, Basilicata e Campania.
Ad un argomento come questo, molti qui a Potenza, sopratutto i meno giovani, da sempre replicano dicendo che il progetto non si “reggerebbe mai sulle tariffe – il prezzo dei biglietti” e soprattutto che “la Basilicata (e anche il tarantino) non viene considerata da Trenitalia (e nemmeno nelle politiche infrastrutturali dei governi) perchè manca di utenza – ricchezza”.
Ma io ricordo dai libri di finanza pubblica che progetti come questi vanno sempre valutati in ottica “estesa”, cioè incorporando le cosiddette esternalità sociali (in questo caso chiaramente positive).
Allora, mi chiedo e vi chiedo: ma non è questo il classico progetto infrastrutturale su cui sarebbe natuale investire risorse europee? E se non questo, quale?
“Cristo si è inesorabilmente fermato ad Eboli”, o si puo’ provare a ragionare in ottica inter – regionale sulla realizzazione di progetti di questo tipo?
Perchè non mettere allo stesso tavolo le istituzioni delle tre Regioni, o le tre province, per farle discutere su un co-investimento di questo tipo, che è chiaramente un progetto di tipo strategico e di lungo periodo, soprattutto se si guarda all’Italia di domani che sperabilmente sempre più vedrà nel suo Mezzogiorno una piattaforma logistica euro-mediterranea ?
Ed infine mi chiedo: ma realtà come Innovatori Europei possono dire la loro su questioni come queste?
Se vi va, fatemi sapere che ne pensate.
Massimo Preziuso
Pd/ Roma : un congresso di organigrammi ma avaro di idee
di Pierluigi Sorti
Il congresso romano del Pd ha realizzato quanto gli era stato chiesto. Il suo impianto organizzativo, a livello comunale, municipale e di circolo, immutato dal tempo della fondazione del partito, aveva i segni di quattro brucianti sconfitte, e la perdita conseguente del Comune e della Regione.
La consapevolezza di tale stato di cose, ben chiara agli iscritti romani del Pd, era passata nell’ impotenza della direzione cittadina, cioè di una città dove vivono e operano, almeno indirettamente, alcuni massimi dirigenti nazionali del partito.
L’eletto, nettamente da oltre il 70 % dei votanti, è risultato Marco Miccoli, cui è stata risparmiata, come funzionario della segreteria organizzativa cittadina, una non trascurabile corresponsabilità nel naufragio dell’ ultimo triennio.
Dai resoconti dei circoli della città e dalla rete notificati a tempo reale, emerge un consuntivo assai avaro di spunti politici e in grado di illuminare, al di là dei dati elettorali interni di partito, sulle cause del divorzio del partito dal pubblico sentire.
Il dibattito è rimasto silente, forse addirittura ignaro, di fronte al ben noto rapporto della corte dei conti che, con spietata crudezza, ha messo a nudo un settennio di conduzione amministrativa con cifre assai prossime alla dichiarazione di fallimento della città tutta.
Ma dalle cronache interne ( leggi le centinaia di email provenienti da ognuno dei 19 municipi della città ) emerge la chiara circostanza, per l’ amarezza dei dati, della scarsissima capacità di recupero del partito nell’ ambito della realtà cittadina.
Dati che parlano infatti di un calo degli iscritti sceso di oltre il 60% rispetto agli oltre trentamila cittadini accorsi a dare fiducia al Pd, al momento della sua fondazione, e di quasi il 50% rispetto a quelli dello scorso anno. Con l’ aggiunta ulteriore che registra, degli iscritti attuali, una presenza di votanti non superiore al 70% degli aventi diritto.
La stessa netta vittoria di Miccoli, di incontestabile merito personale, è stata largamente propiziata da un meccanismo elettorale che legava le piccole ambizioni dell’ iscritto votante al candidato segretario cittadino prescelto.
Molti iscritti hanno espresso le loro propensioni a favore di quel candidato che li poteva maggiormente garantire nell’ inclusione negli organigrammi di partito, a livello comunale, municipale o del circolo come unità organizzativa di base.
Forse non esisteva altra strada che questa, ormai, ma è saggio auspicare una diffusa consapevolezza di ciò e che i responsabili di partito, vecchi o nuovi che siano, abbandonino la politica politicante e sappiano assumere iniziative adeguate nel territorio e nelle istituzioni.
14 Dicembre 2010 – Gioventù bruciata
di Aldo Perotti
C’è un film con James Dean, “Gioventù bruciata” nel quale in una scena si tiene lachicken run, una corsa in auto che si svolge di notte su un rettilineo che termina sull’orlo di un precipizio: vince chi, lanciato a folle velocità, smonta per ultimo dall’auto in corsa prima di precipitare nel burrone. Nel film la corsa finisce male come ci si deve attendere.
Mi sembra che questa corsa verso il voto di fiducia del prossimo 14 dicembre contenga delle forti similitudini con la chicken run, vince chi salta per ultimo. L’ultimo a saltare è quello che potrà dire “vedete, è colpa loro, io sono il più forte ed il più coraggioso disposto ad andare comunque avanti. Berlusconi, da molti invitato (salta ! salta!) non ne vuole sapere di dimettersi, anzi, dice a Fini: “salta tu! Dimettiti”.
Le automobili, rubate, (bella questa) sono il paese. Il voto di fiducia è il salto nel vuoto (letteralmente il salto nel vuoto per il paese).
Se il 14 dicembre i finiani votano contro e il Governo perde la fiducia l’ultimo ad abbandonare l’auto è Berlusconi che può subito avviare una bella campagna elettorale “vittimistica”. Se i finiani ci ripensano e all’ultimo e votano a favore e come se loro vettura inchiodasse lontano dal burrone, quasi a voler salvare l’automobile (il paese), lasciano quindi la vittoria a Berlusconi che a questo punto è vincente anche se l’auto (sempre il paese) continua la sua corsa nel vuoto.
Ci potrebbe essere la possibilità che l’intervento di altri sia in grado di cambiare la storia. L’intervento dell’UDC a supporto del Governo potrebbe chiudere Fini ed i suoi dentro l’auto e farli precipitare nel burrone.
Allo stesso modo la Lega, stanca di queste teste calde e decisa a chiudere la questione, potrebbe comunque, negando la fiducia nonostante i ripensamenti di Fini, buttare i conducenti nel burrone con lo scopo di rubargli le auto alle prossime elezioni.
In questo film le auto fanno sempre una brutta fine. Il pubblico (perché nel film ci sono gli spettatori, le ragazze che urlano) sta a guardare.
Dobbiamo trovare un modo di salvare questa gioventù bruciata che passa il tempo ad ubriacarsi ed a distruggere auto.
Lunedì 29 Novembre ore 19.30 “Il Welfare nella Società della Conoscenza” – Roma V. dei Giubbonari 38
Gli amici di Rete dell’Innovazione organizzano questo interessante evento su un tema che, come Innovatori Europei, seguiamo con interesse da tempo. Vi invitiamo a partecipare.
Il nostro modello di welfare ha preso vita in una fase storica nella quale il lavoro, il vivere la società, i modelli di relazioni tra le persone avevano una natura diversa da quella attuale. Un Welfare State rigido che risponde a domande di servizi che sono emersi in epoca fordista. Oggi viviamo un’epoca nella quale tutto è più flessibile, il tempo libero a disposizone è spesso minore o distribuito in orari diversi da persona a persona. E’ necessario ripensare il welfare in modo che ampli il suo confine verso nuovi servizi necessari in una società basata sulla conoscenza e sia in grado di “customizzarsi” sui bisogni dei cittadini. Come ci insegnano i paesi del nord europa e scandinavi un welfare più inclusivo è anche una opportunità per aumentare la competitività del sistema. Sentirsi più tutelati dal un sistema collettivo di garanzie spinge ad investire e rischiare di più sulle proprie idee, proprio ciò di cui l’Italia ha più bisogno.
Il welfare state è anche una grande opportunità di pensare nuovi e più avanzati servizi utilizzando le nuove tecnologie, lanciando un grande programma di e-welfare. Opportunità per i cittadini che li utilizzano e per le imprese che li realizzano, una grande occasione di rilancio del comparto ICT e dell’innnovazione in generale.
Lunedì 29 facciamo un primo incontro di riflessione per aprire un percorso di costruzione di una nuova proposta per il nostro Paese.
Un percorso aperto ai contributi di tutti, nessuno escluso.
La riforma federale (tratto da “Italia 2050”)
Tratto da ITALIA 2050 – Qualcuno faccia in modo che questo non accada
di Aldo Perotti
http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=545804
La riforma federale
La riforma federale fu attuata per passi successivi nel secondo decennio del secolo. Una serie di leggi delega ed i conseguenti decreti trasferirono alle venti Regioni molte funzioni statali mentre quest’ultime si andavo strutturando per svolgerle in piena autonomia.
Altre norme sul livello di autonomia delle Regioni sterilizzarono i poteri di indirizzo dello stato centrale ed infine un nuovo modello di Costituzione si trovò a dover ratificare lo status quo confermando la trasformazione della Repubblica Italiana in Repubblica Federale Italiana.
La Costituzione Federale ridefiniva completamente la struttura dello stato con un Presidente della Repubblica con Funzioni di capo del Governo indicato direttamente dal Senato Federale, quest’ultimo composto da un numero variabile di senatori, espressione dei governi regionali. Al Senato Federale si affiancava un’Assemblea Generale con un potere limitato ad alcune materie eletta a suffragio universale con il sistema delle preferenze su liste uniche predisposte dai governi regionali individuando personalità di rilievo tra la popolazione regionale. La riforma permetteva di limitare i momenti elettorali (sempre meno partecipati) alla sola elezione delle Assemblee Regionali[1] ed a quella, prevista però ogni otto anni, dell’Assemblea Generale. La nuova Costituzione Federale prevedeva la totale autonomia finanziaria delle Regioni e l’obbligo delle stesse di contribuire al fondo federale ed al fondo perequativo secondo quanto stabilito nel bilancio approvato dal Senato Federale. La Costituzione aveva previsto tra l’altro il decentramento di alcune funzioni del Governo Federale e il trasferimento di alcuni organi al nord ed al sud, ma il trasferimento non fu mai attuato a causa degli elevati costi.
A livello politico la nuova forma dello Stato portò degli sconvolgimenti. I partiti nazionali dell’inizio del secolo, che negli anni si erano “territorializzati” in qualche modo ripartendosi i territori, non avevano più ragione di esistere e la rappresentanza degli interessi più che politica divenne campanilistica. I partiti si trasformarono essenzialmente in liste civiche e nelle assemblee regionali venivano elette liste territoriali. In Lombardia per esempio i partiti rappresentati erano solo tre, Milano Centro (tendenzialmente di ispirazione democratica), Milano Hinterland (conservatori) e Montagne Lombarde (ultraconservatori), e tutti e tre di ispirazione leghista (gli schieramenti di minoranza in forza del sistema elettorale maggioritario uninominale in genere non riuscivano ad eleggere se non pochissimi rappresentanti).
Nel Senato Federale, dove sedevano rappresentanze di tutte le forze presenti nelle Assemblee Regionali venne meno il concetto di destra e sinistra. Dovendo assegnare dei settori a tutte le Regioni della Repubblica Federale e non potendosi stabilire un ordine si trasformò l’emiciclo in una cavea circolare suddivisa in venti settori, uno per ogni Regione (di ampiezza ovviamente proporzionale al numero dei Senatori). I senatori si collocavano in alto o in basso all’interno del loro spicchio regionale. I conservatori tendevano a collocarsi nella parte alta della cavea mentre chi si rifaceva ad idee più progressiste tendeva a collocarsi nella parte bassa cosicché la “destra” e la “sinistra” esistenti prima della riforma si trasformarono in “alti” e “bassi”. Il governo federale sedeva al centro attorno ad un tavolo circolare collocato su una piattaforma che ruotava lentamente, per non fare torto a nessuna delle rappresentanze regionali.
Un sistema di telecamere proiettava sulle pareti tutto intorno le immagini dei Ministri in modo che i senatori potessero vedere di fronte anche chi temporaneamente dava loro le spalle.
Nell’Assemblea Generale eletta direttamente dai cittadini con il sistema delle preferenze a guidare l’elettorato, più che le idee politiche, era la notorietà di questo o quel personaggio.
Se in un primo momento le liste furono compilate cercando tra i professori universitari, tra i professionisti e gli imprenditori, come anche nelle associazioni ambientaliste, dopo un paio di tornate elettorali si comprese che calciatori, soubrette e cantanti erano le uniche figure in grado di far man bassa di preferenze.
Per assicurare una forte rappresentanza di una Regione anche nell’Assemblea Generale era necessario rastrellare preferenze anche altrove, nelle altre Regioni, e fu così che la Lombardia ottenne il gruppo più numeroso facendo eleggere tutta la rosa dei calciatori dell’Inter e i due terzi del Milan.
La Campania ha schierato per anni il gruppo dei neomelodici che, misteriosamente, riuscivano ad ottenere preferenze anche in Alto Adige.
Il Lazio vantava un nutrito gruppo di attori e comici mentre l’Emilia Romagna compilava le liste con delle primarie che si svolgevano, per le candidate donne, a Salsomaggiore.
L’Assemblea Generale si riuniva due giorni al mese e la partecipazione dei rappresentanti non è mai stata particolarmente assidua.
[1] Ogni Stato Regionale si stava dando nel frattempo un proprio Statuto Costituzionale ed una propria legge elettorale.
Pd/ Se Milano piange, nemmeno Roma sorride
(di Pierluigi Sorti)
L’esito delle primarie di coalizione di Milano, della scorsa domenica, scuote la coscienza del partito democratico e apre nuovi interrogativi sulla credibilità della sua politica. Quale più idoneo termometro può misurare lo stato di armonia di un partito con l’ opinione pubblica delle primarie ?
Con le primarie della scorsa domenica, hanno scritto, Milano ha forse ritrovato il suo antico ruolo di precorritore di svolte politiche del paese tutto ma, verità vuole, il numero dei segni premonitori della crisi del Pd, era, in sequenza, evidente da molto tempo. .
Le Puglie, Firenze ( duplice caso ) , le elezioni europee e regionali ( 4 milioni di voti assoluti perduti ) dopo la sconfitta delle elezioni del 2008, erano segnali manifesti di una crisi la cui terapia, non poteva essere limitata alla formale rotazione degli incarichi di un esiguo gruppo di alti rappresentanti dell’ apparato.
Dove, l’ illusione di poter rimuovere lo stato di scollamento tutta giocata sulla politica degli organigrammi degli apparati nazionali e, giù “per li rami”, di quelli regionali e provinciali, ha messo a nudo la sua impotenza e la sua insensibilità alle realtà nazionali e locali.
Una piramide di apparati, quella del Pd che, per spirito gregario o per impreparazione culturale di base hanno solo un canone interpretativo che li guida : l’ossessione della appartenenza, non al partito e alla sua ricchezza culturale, ma al dirigente locale presunto di possedere le “chiavi del cor” di qualche potente dirigente nazionale.
Ne troviamo la conferma in queste stesse ore a Roma dove, dopo dilazioni reiterate ( con il partito regionale del partito, in stato commissariale ) sono in corso le operazioni del congresso cittadino del Pd , con la elezione dei coordinatori di circolo, di municipio fino all’ apice del segretario cittadino.
E’ infatti stupefacente la reticenza ( se non addirittura la incapacità percettiva ) dei singoli candidati alle varie cariche, di affrontare la crisi del partito e con l’unico scrupolo di presentare credenziali politiche avarissime di riferimenti politici, in salsa prevalente di stucchevoli richiami alla “necessaria unità del partito”, di denuncia del “degrado della città”, e del malgoverno di Berlusconi.
E’ qui, in questa città dove pur operano alcuni massimi – e storici – dirigenti nazionali che alligna forse il tasso più alto di conformismo di partito e dimentico del continuo flettere di iscritti ed elettori. Solo la diagnosi del quale e una prognosi adeguata per rimuoverlo, può ancora costituire l’ alternativa alle scorciatoie del “fare” politica con la strada maestra dell’ “agire” politicamente.
Silvio Berlusconi cadrà con il cerino nelle mani (di Salvatore Viglia)
E’ andato dove voleva Fini
La storia del cerino è solo una questione di retorica. Chi si assumerà la responsabilità della crisi e chi no al cospetto del paese in ginocchio economicamente come mai. Lo ha sempre detto il Presidente del Consiglio di essere in prestito, solo in prestito alla politica e di non avere l’esperienza di un politico di razza. Ecco, chi non ha voluto credergli, oggi deve arrendersi alla luce delle evidenze. Secondo qualcuno Fini avrebbe atteso anche troppo tempo a decidersi. Ma forse il Presidente della Camera ha avuto ragione. Berlusconi avrebbe dovuto percorrere un tragitto “imposto” politicamente di sua spontanea volontà e così è stato. Insomma, Fini ha condotto prendendolo letteralmente per la mano, il Presidente Berlusconi sulle soglie del baratro pronto a precipitare e per giunta con il cerino in mano. L’errore del Presidente Berlusconi è stato quello di aver accettato il campo di scontro congeniale a quanti invece sono professionisti della politica. Di essersi contornato di Quagliarielli e di Verdini troppo chiacchieroni e incongruenti, ministre inutili, sospetti fanfaroni, retorica da comizi e di aver usato una spavalderia goliardica che la casa delle Istituzioni non comprende e non accetta. Di aver lasciato soprattutto che Gianfranco Fini diventasse il Presidente della Camera dei Deputati. Il politico di professione sa che il sistema, una volta attaccato, è congegnato in modo da rigenerarsi come si rimarginano le ferite di superman. Una volta modificata una virgola, si è obbligati a cambiare tutto il testo. D’altronde, le garanzie che offre la Costituzione, sono sì parole assemblate in maniera impeccabile, ma sono anche unite in articoli a loro volta decisamente concatenati da una logica civile e giuridica blindata gli uni agli altri.
ITALIA 2050 – Il libro dell’innovatore europeo Aldo Perotti
di Aldo Perotti
“ITALIA 2050 – Qualcuno faccia in modo che questo non accada”, opera che nasce per gioco, sulle pagine di un blog, come raccolta di profezie in libertà, è terminato. Il mio saggio semiserio sul nostro futuro visto tra quarant’anni è in stampa ed acquistabile su Ilmiolibro.it
E’ una raccolta di boutade, di voli pindarici, ma vuole – nel paradosso – spingere alla riflessione.
Sarà il periodo, l’approssimarsi del 150° anniversario dell’unità d’Italia, ma il pensiero, l’idea, che tutto possa cambiare ed essere rimesso in discussione tornando in qualche modo indietro nel tempo, mi è sembrato trovasse continue conferme nella cronaca e nella politica.
L’idea è stata dunque quella di raccontare, fingendomi a scrivere nel 2050, l’Italia che verrà, sotto forma di breve riassunto della storia italica della prima metà del XXI secolo, partendo dalla ormai prossima riforma federale e proseguendo poi nel racconto di fatti ed episodi destinati a stravolgere la nostra penisola se – in una serie di sfortunati eventi – la storia dovesse volgere al peggio.
E’ stata dura coordinare delle idee in libertà costruendo un minimo di senso logico ma alla fine sono riuscito a mettere su qualcosa di abbastanza convincente.
Nessuno di quelli che lo hanno letto (i miei correttori, suggeritori, che ringrazio vivissimamente) mi è sembrato troppo dispiaciuto o distrutto dallo sforzo.
Nessuno troppo entusiasta ma nemmeno scocciato. Ho ricevuto anche qualche apprezzamento spero non dettato dal buon cuore.
Il testo è arricchito e supportato da alcuni disegni, immagini e citazioni. Le carte sono state particolarmente apprezzate e c’è nel testo qualche trovata simpatica come sempre avviene quando uno volutamente esagera.
Per gli Innovatori Europei è consultabile una versione digitale del libro. Per chi fosse interessato, infoinnovatorieuropei@gmail.com