La Sfida europea (G.Pittella)
LA SFIDA EUROPA
Tratto da "Il Mattino" del 22 gennaio 2007
di Gianni Pittella
Si riparte. È iniziato un nuovo periodo di programmazione dei fondi
strutturali europei, e a quadri finanziari delineati si tirano le
somme. Chi ha avuto di più, chi di meno, chi ha compensato minori
fondi con altre risorse.
A breve, probabilmente, si ricomincerà a parlare di spesa effettuata,
di disimpegno automatico delle risorse evitato, di polemiche
sull'utilizzo di progetti finanziati su altre fonti finanziarie per
«rendicontare» la spesa ed evitare il disimpegno.
In altri termini, il rischio è quello di continuare a trattare i fondi
strutturali e la politica regionale europea, come un terreno da
iperspecialisti per il loro utilizzo e da ammontare di risorse per la
politica. Tanto che nel quadro europeo, alcuni studiosi e alcuni Stati
membri, hanno già provato a dimostrare la scarsa utilità della
politica regionale europea in quanto politica redistributiva, e
manifestato l' opportunità di rinazionalizzare le politiche. Base
principale di questa messa in discussione è che l'Europa ha bisogno
di crescere e le politiche di coesione non sono politiche per la
crescita. Tuttavia questa argomentazione appare debole sotto una
pluralità di punti di vista. In primo luogo, i fondi strutturali e la
politica di coesione sono l'espressione di una vera politica comune,
a livello europeo. Infatti, mentre a livello comunitario si consolida
il processo di convergenza delle politiche fiscali, ed è ormai
delineato il valore sovranazionale della politica monetaria con la
Banca Centrale Europea come istituzione europea, la politica di
coesione rappresenta uno dei pilastri su cui negli anni si è riusciti
a creare un corpus di regole condivise. Il secondo punto riguarda la
presunta dicotomia redistribuzione e crescita. È necessario capire se
le politiche di coesione possono e devono essere politiche per la
crescita. Perché lo siano esiste principalmente un problema di
bilanciamento tra tempi brevi e lunghi dell'esito delle politiche di
coesione stesse. Se si guarda all'esito di tali politiche dal punto
di vista dei tempi politici orientati al consenso, questi sono
certamente molto votati al breve e dunque alla redistribuzione. Allora
è necessario che ci sia una responsabilità politica di visione
maggiormente strategica (sul medio e lungo periodo) di ciò che si vuol
raggiungere con le politiche di coesione. Il terzo tema riguarda il
necessario raccordo tra le politiche di coesione comunitarie e quelle
nazionali. E' necessario dare alle politiche nazionali un quadro
programmatico e finanziario della stessa durata di quello comunitario.
Il che, in Italia, significa stabilire programmaticamente le risorse
per il Mezzogiorno su un orizzonte almeno settennale come per il
riferimento comunitario. Ciò è accaduto con la Finanziaria approvata
a fine anno, che costituisce di fatto il punto di riferimento normativo
della politica regionale unitaria nazionale e comunitaria. Affinché la
politica di coesione sia una politica per lo sviluppo e la crescita,
sarà fondamentale la cooperazione sia tra amministrazioni centrali e
regionali, sia tra le regioni. Per evitare un quadro politico, nel
quale prevalga la rivendicazione e lo sfilacciamento delle politiche
che più di altre possono alimentare la crescita (innovazione e
ricerca, infrastrutture strategiche e capitale umano). La
programmazione comunitaria, la programmazione negoziata ed i programmi
di intervento settoriali devono diventare parti integrate pienamente
nel più ampio sistema di programmazione nazionale e regionale.
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